È una lettera toccante quella scritta da Viviana Bucciarelli, madre di Carmine, un ragazzo di 12 anni di Veduggio con una grave disabilità cognitiva.
Contro le classi separate
In risposta al ritorno di teorie che promuovono la creazione di classi separate, Viviana racconta la sua esperienza con Carmine, smontando ogni pregiudizio. Dopo cinque anni trascorsi alla scuola primaria di Missaglia, ha deciso di esprimere la sua gratitudine verso la scuola.
«La scuola non si è chiesta se mio figlio fosse adatto, ma come diventarlo per lui. L’inclusione non toglie nulla agli altri, insegna l’empatia e fa crescere tutti», ha affermato la madre.
Una lettera significativa
Negli ultimi giorni, ha ripreso piede l’idea di rimandare i bambini con disabilità in classi o scuole speciali, ritenuta più adatta alle loro esigenze. Tuttavia, chi vive quotidianamente la disabilità sa che il problema non è l’inclusione, ma la sua realizzazione spesso lacunosa, dovuta a mancanza di risorse e formazione. Sarebbe facile concludere che la separazione sia la soluzione. Dopo cinque anni accanto a mio figlio, posso affermare con certezza che non lo è. Carmine ha terminato il suo percorso alla scuola primaria. Quando è arrivato in prima elementare, sembrava provenire da un altro mondo. Molti avrebbero pensato che dovesse essere in una scuola speciale. Anch’io ho avuto dubbi, ma ho trovato una scuola che ha sempre cercato di capire come potesse diventare il posto giusto per Carmine.Il percorso non è stato semplice, ma fatto di confronti e scelte condivise. Ogni bambino è unico e l’inclusione richiede risposte personalizzate. Con Carmine, nulla è stato lasciato al caso: ogni decisione è stata ponderata, sempre mantenendo il suo benessere e quello della classe.
Le sfide affrontate
Ci sono stati momenti in cui, come madre, ho pensato di arrendermi. Sono stati gli insegnanti e la dirigenza a farmi desistere. Hanno dimostrato, con i fatti, che Carmine era uno di loro e che perderlo sarebbe stata una sconfitta per la scuola. Credevano nelle sue potenzialità, anche quando noi genitori faticavamo a scorgerle. Quella fiducia ha cambiato anche noi, spronandoci a chiedere che tutti, dalla sanità ai servizi, collaborassero per aiutare Carmine a esprimere le sue capacità. All’inizio, Carmine aveva bisogno di momenti di pausa dall’aula, ma non è stato relegato in un’aula separata. È stato creato uno spazio pensato per lui, dove potesse trovare equilibrio, accessibile anche ai compagni per attività condivise. Con il tempo, quel rifugio è diventato meno necessario, mentre la sua presenza in classe è aumentata.
Il fondamentale ruolo della scuola
Durante questi cinque anni, la scuola non ha solo accolto Carmine, ma ha scelto di adattarsi affinché anche lui potesse sentirsi parte integrante della comunità. Questa è la vera differenza tra integrazione e inclusione.
Un ruolo cruciale è stato svolto dall’insegnante di sostegno e dalla figura educativa, che non sono mai state viste come “le persone di Carmine”, ma come parte di un team che ha lavorato in sinergia con tutti gli insegnanti. Nei momenti difficili, hanno creato strategie e strumenti per accompagnarlo nell’apprendimento. I nostri figli non vanno a scuola solo per socializzare, ma per imparare. Carmine ha appreso tantissimo, e l’inclusione richiede un impegno per far conoscere e comprendere la disabilità. Senza un lavoro dedicato, l’inclusione resta solo una parola. Carmine non è mai stato escluso da gite o progetti, la sua presenza ha rappresentato un’opportunità di crescita per tutti. Ha creato legami sinceri con i compagni, che lo cercano e lo coinvolgono. Questo percorso ha unito anche le loro famiglie, rendendo il compleanno di Carmine un evento atteso. La sua storia non dovrebbe essere un’eccezione, ma una normalità. Ogni bambino meriterebbe una scuola che si interroga su come accoglierlo veramente.
L’esperienza di Carmine
In questi cinque anni, Carmine ha trovato un ambiente che valorizza le sue abilità, i suoi compagni hanno imparato empatia e rispetto. Le insegnanti sono state stimolate a ripensare la didattica. Gli episodi che testimoniano questo cambiamento sono innumerevoli, ma ne scelgo uno: per salutarsi, la classe ha organizzato una festa con bambini, insegnanti e famiglie. Quella sera, ci siamo sentiti come genitori come gli altri. Carmine era con i suoi compagni, senza aver bisogno di un monitoraggio costante. Lo abbiamo visto divertirsi, un compagno ha tagliato la pizza come un amico, un’altra bambina ha chiesto aiuto ai compagni per farlo scendere dall’altalena. Per noi, è stato un momento di liberazione. Ora, il percorso continua anche nella scuola secondaria, preparato con la stessa cura. Sapere che la scuola desiderava che Carmine proseguisse il suo cammino è stata la conferma più bella: non era semplicemente un bambino da accompagnare, ma una persona riconosciuta all’interno della comunità.
I ringraziamenti
Quando sento parlare di scuole speciali, non penso alle teorie, ma a quella festa di fine anno. Mi chiedo chi avrebbe davvero perso se Carmine fosse stato in una scuola speciale. Sicuramente lui, ma ancor di più i suoi compagni, privati di un’esperienza educativa unica. Questa storia ha un luogo e tanti volti: la scuola primaria Moneta di Missaglia, dell’Istituto Comprensivo Rita Levi Montalcini. Ringrazio la dirigente Mariacristina Cilli, tutte le insegnanti, il personale educativo e amministrativo e tutti coloro che hanno contribuito a creare una comunità dove Carmine è stato accolto e riconosciuto come un alunno e un compagno. Questa è la risposta più bella a chi propone di separare i bambini. (Viviana Bucciarelli)